C’era una prof di matematica, già piuttosto in età, di cui tutti avevano paura. Paura è un eufemismo. Terrore. Penna blu per i voti di algebra, rossa per quelli di geometria. Niente sconti, anche se il voto minimo era 2. La “i” di “impreparato” non era contemplata. Il guaio era che il 2 faceva media anche quando valeva per “impreparato”, pure se il giorno dopo avevi “riparato” con un 6. Restava, insomma, macchia nella fedina scolastica, sul registro, fino agli scrutini. Inamovibile.

SE SUGGERISCI TI METTO 2

Una volta il 2 venne comminato per un’indisciplina, pur se preceduta da un tonante preavviso: «Se suggerisci ancora al compagno, ti metto 2». Cose che si dicono per far paura, si pensò. Ma il compagno, in seria difficoltà, aveva un viso talmente pallido, una pelle madreperlacea dalla quale quasi si intravedevano gli zigomi, dei sudori freddi che gli solcavano le tempie e il collo, una voce così tremula che sembrò opera umanitaria provare ad aiutarlo ancora una volta. «Ti ho visto! Due!!!», ella tuonò. E si accinse a vergare 2 sulla casella (non ricordo fosse blu o rossa, la Bic, quella mattina). Il suggeritore – peraltro allievo di ottima media anche in quella materia – si avvicinò alla cattedra, quasi si genuflesse sulla pedana di legno, e sibilò «la prego, professoressa, non mi rovini». 

CI VEDIAMO A SETTEMBRE

Rovinare certo è parola grossa ma si avvicina al senso della realtà. Perché potevi essere bravo nelle altre discipline – in alcune, in molte, anche in tutte le altre – ma per la matematica venivi rimandato. Un teorema era più temuto di un aoristo. E non c’erano parole, da parte degli altri insegnanti, che potessero edulcorare quella sorte, allentare le tenaglie di quel destino, che insomma potessero farla recedere dal proposito. «Ci vediamo a settembre». Una lapide. Una volta capì già al primo anno che con una non ce l’avrebbe fatta, non ci sarebbe mai riuscita a farle entrare in testa numeri, rette e angoli. E glielo disse proprio, con sentimento di rabbiosa impotenza. La rimandò per tre anni consecutivi, quella riparò per tre settembre consecutivi, poi il quarto ottobre cambiò sezione.

IL RUGGITO DIVENTO’ BELATO

Per dire come anche nella restante umana specie albergasse questa reverenza. Un anno – più per celia che per senso civico di conservazione della cosa pubblica – si decise di ripitturare da noi stessi le pareti della classe. Idea che seguirono poi in molti, nell’istituto. Quando lo proponemmo al severissimo vicepreside, questi quasi ruggì. Lei era invece – chissà perché, chissà come – accarezzata, divertita quasi da quel giovanile proposito pur se così estemporaneo, fuori dal protocollo, un po’ bislacco. Chiedemmo dunque il suo appoggio. Quando la prof ne parlò al granitico vicepreside che aveva opposto il rifiuto, egli la salutò come una delle idee più brillanti che la scuola italiana avesse salutato dalla Montessori in poi. Il ruggito si trasformò in belato

LA FANTASIA DI ACCOPPARLA

Era così temuta che a volte si vagheggiò perfino di accopparla. Fantasie di liceali, per carità. Nessun reale proposito omicida. Ma di particolare in particolare… Per interi pomeriggi si partiva dai piani più semplici a quelli più complicati, da progetti che lasciavano intravedere squarci di sopravvivenza solo temporaneamente invalidante (un supplente, per pietà) a quelli più cruenti e definitivi, dalla complicanze ortopediche al traghettamento tra i più con biglietto di sola andata, ovviamente. Era una lenta deriva – spesso durava ore – nei sotterranei di un immaginario criminoso. Qualcosa poi ci riportava di colpo alla realtà: «In un triangolo rettangolo, il quadrato costruito su uno dei due cateti…». 

IL RUSH FINALE

A fine anno, quasi sempre una gran parte doveva “recuperare” pena il «Ci vediamo a settembre». 5 che andavano faticosamente trainati fino a 6 se non addirittura a 7, 4 che andavano spinti almeno verso la sufficienza piena. I 3 si affidavano direttamente a ceri votivi. Per il rush finale, su qualche banco spuntavano anche flaconcini di Coramina ché la pressione arteriosa di alcuni rasentava soglie minime di coscienza. In due o in tre ci si riuniva nelle case fino ad ore piccolissime o ci si congedava la sera per ritrovarsi poco dopo l’alba a ripassare. Mai più notturni cieli stellati o di roseo aurorale dei primi di giugno furono così fibrillanti e a un tempo così dolci come quelli.

Playlist: Io che non vivo – Pino Donaggio