Quando  lo scorso 18 maggio  le agenzie diffusero la notizia della morte di Giuseppe Benincasa solo pochi giornali la ripresero. D’altro canto, pochi forse si ricordavano ancora di lui e della sua storia. La storia di un superstite di Cefalonia.

L’OMICIDIO DI MASSA

Benincasa, morto a 97 anni per i postumi di una banale caduta nella sua casa di Cliffside Park, nel New Jersey, era probabilmente l’ultimo sopravvissuto e testimone siciliano di una delle pagine più oscure e vergognose della Seconda Guerra Mondiale: l’omicidio di massa di soldati italiani prigionieri di guerra compiuto a Cefalonia, in Grecia, dagli ex alleati tedeschi.

ARTIGIANO E POETA

Benincasa – originario di Castronovo di Sicilia, in provincia di Palermo, ma da moltissimi anni emigrato negli Usa – era un artigiano che coltivava tanti interessi culturali, dalla poesia all’archeologia.

MEMORIE DI CEFALONIA

Ha raccontato la sua storia in un libro, “Memorie di Cefalonia”, nel quale aveva ricostruito la drammatica vicenda della Divisione Acqui e del suo comandante, il generale Antonio Gandin, che dopo l’8 settembre 1943 si erano rifiutati di proseguire la guerra a fianco dei tedeschi.

LA DISFATTA

Il generale Gandin si era trovato innanzi ad una drammatica alternativa: arrendersi o impugnare le armi. Salvare la vita oppure salvare l’onore dei suoi soldati. Quando l’11 settembre arrivò l’ultimatum tedesco, Gandin decise di combattere. La battaglia a Cefalonia fu cruenta e gli italiani la combatterono eroicamente fino all’inevitabile disfatta, il 22 settembre 1943.

LA FUCILAZIONE

Dopo la resa 5035 militari, di cui 305 ufficiali, furono trasferiti in località San Teodoro e lì fucilati, in spregio ad ogni codice d’onore. Tra loro c’era anche Gandin. Alla fine della guerra, della Divisione Acqui solo 3.500 sopravvissuti riusciranno a tornare in Patria. E Giuseppe Benincasa era uno di questi.

L’INCONTRO

Lo incontrai qualche anno fa. Era un bel vecchio dall’aria bonaria e conciliante, che parlava quel siciliano arcaico e fluttuante degli immigrati in America. Raccontava e si emozionava, indicava con le mani compagni o nemici in agguato e gli occhi ancora gli si accendevano di collera o di commozione. E si che di anni ne erano passati…

LA FERITA

Si trovava nel mezzo della battaglia – mi raccontò – quando la scheggia di una bomba lanciata da uno Stukas lo aveva ferito a una coscia. L’indomani i tedeschi avevano catturano lui ed altri sventurati. Pochi minuti dopo erano in marcia verso il luogo dove li avrebbero fucilati. Durante la marcia un soldato tedesco aveva notato la collanina di rame che Benincasa portava al collo e gliela aveva brutalmente strappata, forse pensando fosse d’oro.

COSI’ SI SALVO’ LA VITA

La rabbia è enorme ma deve contenerla e non reagire ché già la ferita lo tortura e ha pure perso tanto sangue. E’ a terra semi-svenuto, quando sente qualcuno gridare: “Raus!”. Poi le raffiche di mitra, le urla, il sangue, il massacro. I compagni che gli cadono addosso colpiti a morte lo nascondono alla vista e gli salvano così la vita.

LA FALSA IDENTITA’

Solo molte ore dopo, trova la forza per raggiungere una casa, la casa del sindaco di Balsamata, che lo ospita, lo aiuta e gli procura, tramite altri membri della Resistenza, nuovi documenti con la falsa identità di Jiorgo Jiannapulo. Sopravvissuto a una guerra d’aggressione da lui certo non voluta, vivo per miracolo, con al fianco Maria, la ragazza greca che sarebbe diventata la compagna della sua lunga vita, Benincasa aveva deciso di emendarsi, di continuare la guerra.

I SUOI FANTASMI

Stavolta però era una guerra giusta, una guerra per la libertà e la democrazia al fianco del popolo greco, al fianco dei partigiani dell’Ellas. La guerra aveva segnato la sua esistenza. Ma lui i fantasmi di Cefalonia aveva deciso di esorcizzarli a suo modo: raccontando, ricordando, testimoniando.

L’ONORE DI SOLDATI

Lo ha sempre ripetuto, come un mantra: “Noi della Divisione Acqui non vogliamo ricompense né cerchiamo vendetta, perché queste cose non servono a risuscitare i morti. Ma non mettete in discussione il nostro onore di soldati e ricordate che proprio li, a Cefalonia, noi cominciammo la Resistenza”.

LA GUERRA SERVE AI TIRANNI

Sulla guerra Benincasa non aveva cambiato mai idea. “La dichiarano i politici – diceva – ma la subisce il popolo; la guerra serve ai tiranni che poi, impettiti sulle colline formate dai corpi dei soldati morti, si stringono cavallerescamente la mano”.

IL CORAGGIO DEI GRECI

Ne’ aveva cambiato idea sul popolo greco, sul coraggio e sulla generosità di quei contadini, di quei montanari ispidi e taciturni. “Se alcuni sono tornati – ricordava – lo devono a quelle persone poverissime e intrepide, che hanno rischiato la loro vita per offrire un nascondiglio e del cibo a noi, invasori sconfitti”. Di questo non si stancava mai di parlare. Anche nel corso delle tante cerimonie alle quali l’Associazione Nazionale Partigiani Italiani lo invitava e alle quali lui non mancava mai.

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