Quando fece perdere ogni traccia di se, Ettore Majorana aveva appena 32 anni e un lavoro sicuro: genio della fisica teorica. La sua scomparsa, della quale si interessò Mussolini in persona (“Voglio che si trovi” – aveva scritto perentorio ad Arturo Bocchini, capo della Polizia…) resta ad oggi un enigma insoluto: suicida in mare, rapito da agenti di una potenza straniera, morto in un convento, o altro?

UN BAMBINO PRECOCISSIMO

Majorana era nato a Catania nel 1906, ultimo dei cinque figli di una nota e facoltosa famiglia. Fu un bambino precocissimo (a quattro anni risolveva a memoria operazioni matematiche complicatissime, ma stando nascosto sotto il tavolo, per timidezza…) e poi un giovane ombroso, misantropo, dai grandi occhi nerissimi. Un tipo saraceno, nell’indole e nell’aspetto.

I PACCHETTI DI SIGARETTE

Lasciò soltanto otto brevi opere. Ciò benché scrivesse ovunque, persino sui biglietti del tram o sui pacchetti delle sue inseparabili “Macedonia”, preda a tratti di un autentico furore compulsivo. Ma lo vedevano che appallottolava e gettava via il frutto delle sue intuizioni: come se gli bastasse averle avute, quelle intuizioni… Un personaggio ricco di fascino, per il periodo storico in cui visse (agli albori della corsa all’atomo), per l’aneddotica che ne accompagnò la breve esistenza pubblica, per il mistero che circonda la sua scomparsa.

 

IL MISTERO DELLA SPARIZIONE

Perché Majorana decise di scomparire? Nell’immediatezza del fatto vi fu un’indagine di Polizia (impazientemente condotta e frettolosamente chiusa…); sono state poi tentate varie ricostruzioni giornalistiche.Almeno una mezza dozzina di scrittori hanno ricostruito l’intera vicenda. Ferruccio Centonze, narratore e commediografo di talento, scrisse, negli anni ’50, l’opera teatrale “Chi ha ucciso l’Uomo cane?”; nel 2003, Bibi Bianca realizzò un mediometraggio ispirato dal romanzo di Ignazio Bascone, “Tommaso, l’Uomo cane”. Di recente il giovane attore teatrale Davide Dolores ha dedicato al misterioso clochard il suo monologo “Omu Cani” che ha ricevuto molti apprezzamenti).  Persino una puntata di “Chi l’ha visto”, qualche anno fa, ha tentato di far emergere particolari nuovi: ma tutti hanno dovuto – ad un certo punto – fermarsi sulla soglia aleatoria ed evanescente delle ipotesi.

UN MISTERO CHE AFFASCINA

Resta il fatto che di Majorana si continua a parlare e il mistero della sua scomparsa continua ad affascinare. Davvero si lanciò in mare dalla poppa del traghetto che lo riportava a Napoli? O fuggì in Argentina dove sarebbe poi morto protetto dalla discrezione dei suoi amici che sapevano? O si nascose in un convento fino alla fine dei suoi giorni?  Ipotesi, solo ipotesi… Come questa, che conduce dritto dritto tra le palme, le case bianco calce e lo scirocco di Mazara del Vallo.

 

TOMMASO, L’OMU CANI

Tommaso, “l’omu cani”, era arrivato in paese nel 1940. Da dove, e perché proprio li, nessuno riuscì mai a scoprirlo. Lo trovarono morto una mattina, era il 9 luglio 1973, sui gradini della statua di San Vito, a Piazza della Repubblica. Il Comune di Mazara fece affiggere dei manifesti listati a lutto (“Cittadini, è morto Tommaso. All’uomo che in questa città rimase cittadino solitario per più di un trentennio, la popolazione mazarese, ricca di antica e cristiana civiltà, rende omaggio”). E si occupò del funerale che si celebrò in forma solenne, nella Cattedrale. Quella volta l’omu cani, che era vissuto rinchiuso in una ostinata solitudine, non poté impedire che migliaia di persone lo accompagnassero nel suo ultimo viaggio.

 

COME UN MURATORE ANALFABETA

Tommaso Lipari: aveva dichiarato, in occasione del censimento del 1951, di chiamarsi così. Aveva detto di chiamarsi come un uomo (un muratore analfabeta nato a Tunisi il 14 aprile del 1900), che nel 1938 era scomparso da Moncalieri, dove viveva, senza lasciare tracce. Secondo alcuni documenti dell’epoca, questo Tommaso Lipari da Tunisi aveva una moglie, Giuseppina Carolina Gambetta, casalinga di Bardonecchia, con la quale si era sposato nel 1929, ed una figlia, Germana, nata dai due prima del matrimonio.

LA PRESUNTA MOGLIE NON LO RICONOBBE

Fin qui nulla di strano: il mistero dell’omu cani sarebbe morto in culla se Giuseppina Gambetta, convocata a Mazara per iniziativa della locale Questura, avesse riconosciuto in quell’uomo steso su una lastra di marmo, all’obitorio, il marito scomparso tanti anni prima. Ma così non fu. E insieme a Tommaso Lipari fu quindi sepolta l’ultima speranza di Giuseppina GambettA. Perché allora l’omu cani di Mazara, se davvero non era quel Tommaso Lipari che diceva di essere, scelse l’identità di un uomo scomparso? E perché l’identità di un uomo scomparso proprio nel 1938? E perché l’identità di un muratore analfabeta?

 

TOMMASO A MAZARA

Tommaso aveva scelto come sua dimora principale Piazza della Repubblica. Abitualmente stava seduto sui gradini sotto la statua di San Vito o, quando faceva freddo, sotto il porticato del Seminario Vescovile. In estate invece si trasferiva poco più in la, sull’arco normanno che dalla villa comunale guarda il mare africano. In verità aveva scelto di abitare non sopra l’arco ma in una sua cavità. Solo che quando il Comune di Mazara fece effettuare dei lavori di consolidamento, al povero Tommaso murarono la casa. E il trasferimento si impose quindi per cause di forza maggiore.

RIFIUTAVA UNA CASA

La prese con filosofia né la nuova sistemazione gli costava fatica aggiuntiva: persino negli ultimi tempi – ricordano in paese – si arrampicava senza fatica, dimostrando una straordinaria agilità… Rifiutò sempre l’offerta di un tetto e di quattro mura, offerta che – ad esempio – ripetutamente gli fece monsignor La Melia, allora Rettore del Seminario. In paese impararono presto a volergli bene, e se presero a chiamarlo “uomo cane” fu solo a causa delle sue tante abitudini bislacche. Si procurava il cibo – ad esempio – rovistando tra i rifiuti. Qualcuno provava ad offrirgliene, ma la sua reazione era sempre uguale, sprezzante: “Ti ho forse chiesto qualcosa?”

LANCIAVA MONETE IN ACQUA

Fumatore vorace, non accettava le sigarette che gli offrivano ma se le confezionava in proprio, sbriciolando le cicche che andava raccattando in giro infilzandole con un bastone che si era costruito, che aveva uno spillo all’estremità. Non chiedeva denaro, perché non gli serviva: a Mazara nessuno, in trent’anni, lo vide mai entrare in un negozio. Raccoglieva però diligentemente le monete che ogni tanto qualcuno gli faceva scivolare accanto, scambiandolo per un banale mendicante. E quando ne aveva riempito un fagottino andava sul lungomare e lo lanciava in acqua…

TRE GIORNI IN CARCERE

Si portava sempre dietro un paio di sacchetti di plastica, dal contenuto misterioso, e una specie di gavetta, che teneva allacciata alla cintura. Metodico e ordinato, prima di riprendere il suo vagabondaggio puliva sempre con una piccola scopa le porzioni di marciapiedi che aveva provvisoriamente occupato per riposarsi. Ciondolando per una vita tra piazza della Repubblica e piazza Mokarta, sempre con strani berretti sul capo, Tommaso ebbe l’occasione di finire in carcere, di finire in ospedale, ma soprattutto di finire ritratto su una moneta: come l’Italia Turrita. Tre giorni di carcere furono il risultato – nel 1948 – di un battibecco con un vigile urbano quel giorno forse di cattivo umore.

LA FUGA DALL’OSPEDALE

In ospedale Tommaso ci finì quella volta che lo trovarono svenuto sotto il porticato, con la febbre alta. Ci restò pochissimo: avevano appena cominciato a svestirlo (dovettero farsi strada con i bisturi – ricorda uno dei medici quel giorno di turno – per liberarlo degli strati di indumenti che aveva letteralmente appiccicati addosso) che si riprese, dandosi ad una precipitosa fuga.

 

La storia della moneta è invece particolarmente gustosa. Successe all’inizio degli anni ’70, quando si registrò in Italia una stranissima (e anche assai sospetta) penuria di monete da cinquanta e da cento lire. Una banca, seguita a ruota da tutte le altre, trovò la soluzione: l’emissione di “mini assegni” dal valore di cento lire, circolari e al portatore, che erano denaro a tutti gli effetti. A Mazara, città non immune dalla penuria di spiccioli, anche il titolare del Bar Pisciotta trovò – con tutto il rispetto per le principali banche nazionali – una sua soluzione. Coniò monete dal valore di cento lire con il logo del bar su una parte e l’immagine dell’uomo cane – eretto così ufficialmente a simbolo della città – sull’altra.

 

UN UOMO DI CULTURA

Solitario, altero, scostante, dall’atteggiamento a tratti ieratico: così era Tommaso. Un uomo che non chiedeva nulla, non rivolgeva la parola ad alcuno né gradiva essere interpellato. A Mazara, infatti, sono pochissimi coloro che ebbero la ventura di scambiare qualche battuta con lui. Tra questi c’è chi sostiene che era certamente un uomo di cultura umanistica. C’è chi ricorda di aver ricevuto una sintetica inaspettata lezione sulla storia dei Normanni in Sicilia, chi ricorda le sue brevi passeggiate con il figlio di un noto avvocato con il quale discuteva di filosofia; c’è chi scioglie dopo quarant’anni il vincolo di una promessa e rivela che Tommaso lo preparò all’esame di fisica e chimica fornendogli appunti e suggerimenti ma intimandogli di non dir nulla ad alcunO.

STRANO TIPO QUESTO BARBONE

Era davvero uno strano tipo di barbone, questo presunto Tommaso Lipari: troppo strano per non destare sospetti… E in paese, infatti, si diceva di tutto: che Tommaso fosse un ufficiale di marina unico sopravvissuto ad un disastroso naufragio del quale portava la responsabilità e per il quale intendeva espiare; che fosse un professore universitario in crisi mistica; che fosse un evaso: ma nessuno, proprio nessuno, credeva che fosse il muratore analfabeta scomparso nel ’38 da Moncalieri… 

 

LE PROVE DI ROMEO

Edoardo Romeo, un ex consigliere comunale scomparso nel 1988, dedicò tutta la propria vita al tentativo di dimostrare che l’omu cani e Majorana erano la stessa persona. Dalla sua aveva una serie di indizi, ma soprattutto ciò che l’omu cani una volta, in un momento di abbandono, gli avrebbe confidato, e cioè di essere “Ettore Majorana, un ex professore di matematica e fisica”. Quali sarebbero le prove che Tommaso Lipari ed Ettore Majorana erano la stessa persona? Una cicatrice sulla sua mano sinistra, tra l’indice e il medio, che anche Majorana aveva (e della quale fa cenno una nota diramata dal capo della Polizia alle Questure di Palermo e Napoli in occasione della scomparsa “con propositi di suicidio” del fisico catanese). Poi una perizia, che esaminati la firma apposta sul registro di uscita del carcere di Mazara (tre giorni, si fece, per “oltraggio a pubblico ufficiale”) e alcuni manoscritti di Majorana proverebbe che si tratta dell’identica calligrafia. 

LA SOMIGLIANZA

Poi l’abitudine che Tommaso aveva di scarabocchiare appunti misteriosi (formule? calcoli?) su pezzetti di carta che distruggeva immediatamente quando qualcuno incuriosito gliene chiedeva conto: “Tu queste cose non puoi vederle” – brontolava stizzito. Infine una certa somiglianza tra i due, nella costituzione fisica e nei tratti somatici.

 

SULLA SCRIVANIA DI BORSELLINO

Indizi, sospetti, testimonianze relativi alla vicenda dell’uomo cane furono ad un certo punto racchiusi da Romeo in un corposo memoriale, consegnato nell’estate dell’86 alla Procura della Repubblica di Marsala (Procuratore della Repubblica era allora Paolo Borsellino). Fu aperta un’inchiesta, e le indagini furono affidate ai Carabinieri del Maresciallo Canale, allora tra i più stretti e fidati collaboratori di Borsellino. Ma l’inchiesta finì nel nulla, così come non ebbe seguito la successiva richiesta di Armando Romeo, fratello di Edoardo, di riesumare la salma di Tommaso Lipari per confrontarne il Dna con quello dei familiari di Majorana ancora in vita.

 

LO SCETTICISMO DI SCIASCIA

Quando Leonardo Sciascia decise di occuparsi del mistero del fisico svanito nel nulla (“La scomparsa di Majorana”, Adelphi, 1975), non tralasciò di seguire anche la pista che portava a Mazara e quindi a Edoardo Romeo. Ma Sciascia, benché mostri di non credere alla ipotesi del suicidio in mare, non dedica una sola riga alla “pista mazarese”. Sciascia ipotizza che Majorana abbia piuttosto preparato e organizzato la propria sparizione, ritirandosi in volontario esilio in un convento di Certosini (da altre fonti individuato nella Certosa di Serra San Bruno, in Calabria), dove sarebbe poi morto.

IL DIRETTORE DEL “L’ORA”

E per rafforzare questa ipotesi cita un episodio che ebbe come protagonista il direttore de “L’Ora”, Vittorio Nisticò. Una sera si parlava di Majorana – racconta Sciascia nel suo libro – quando improvvisamente a Nisticò tornò in mente un episodio lontanissimo, “degli anni della guerra”. Si trovava in visita in un convento di Certosini quando uno dei fratelli gli aveva confidato che li, in quel momento, era ospite un certo Misasi che in realtà era “un grande scienziato”. Sciascia nel suo libro-inchiesta allinea fatti, documenti e circostanze; non da risposte né accenna ipotesi. La sua ricerca si ferma silenziosamente tra le tacite lapidi del cimitero della Certosa.

 

E SE INVECE…

Erano gli anni della guerra – ricordava Nisticò. E se quel Misasi era in realtà Majorana, che non sentendosi più al sicuro, sentendo crescere la curiosità attorno a lui, avrebbe da li a poco deciso di scomparire nuovamente? Erano gli anni della guerra… Forse il 1940: l’anno in cui a Mazara del Vallo giunse un barbone dal portamento altero e dall’atteggiamento scontroso, che sapeva di filosofia, di fisica e di matematica.

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