Siddiari. È un verbo di uso comune in Sicilia e dall’origine antichissima, segno che da millenni il siculo è un “siddiato” per natura. Ha due accezioni, la prima in forma intransitiva e si traduce come infastidire, la seconda in forma riflessiva e indica l’annoiarsi, lo scocciarsi. Il verbo ricalca la morfologia del greco volgare aedèo (aedìzomai, aediàzó), dal tema hedys (dolce, piacevole, gradevole) e pref. privativo a-: non piacere, non gradire.

STUDIARE? SIDDIA

Al di qua dello Stretto sono tante le situazioni, i contesti e le persone che siddiano. A molti ragazzi siddia studiare per esempio, perché solo uno su un milione ama trascorrere il pomeriggio chino sui libri invece di divertirsi con gli amici. A molti generi o nuore siddia l’immancabile pranzo domenicale dai suoceri, che spesso è una vera e propria camurria. E in generale un po’ a tutti siddia il traffico, siddia il posteggio, siddia la dieta.

LA NATURA INTIMISTA

Ma la vera essenza del verbo è di natura più intimista. Siddiari è filosofico, il siciliano si siddia di tutto o quasi, avendo una naturale predisposizione a osservare il mondo con un approccio snobistico e superiore, come se nulla potesse stupirlo o meravigliarlo.

A ME GIA’ M’ABBUTTO…

Il siculo doc è per sua natura infatti un perenne annoiato, con la certezza di sapere e di aver già visto tutto del mondo da quell’osservatorio privilegiato che è quest’isola meravigliosa. Provate a far conoscere qualcosa a un siciliano. In media vi risponderà così: “Ma un ti siddia? Perché a me già m’abbuttò”.

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