La strage di viale Lazio viene ricordata come il primo plateale episodio della guerra tra le cosche mafiose a Palermo. E anche come il segnale che i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano avevano deciso di puntare forte sulla conquista di Palermo. Ma era obbligatorio contarsi e capire chi erano gli amici e chi gli avversari da eliminare. Era il 1969 e mentre l’uomo puntava il suo sguardo sulla luna, a Palermo era tempo di scannatina.

LA CACCIA A CAVATAIO

Il pretesto fu fornito dalla caccia a Michele Cavataio, boss quarantenne dal curriculum già di rango, reo agli occhi degli altri capi mandamento di avere acceso la miccia della prima guerra di mafia. Come detto, un pretesto, perché proprio l’uccisione di Cavataio doveva rappresentare il prologo ad una battaglia senza esclusione di colpi. Se qualcuno si fosse opposto. E sottolineo se, ci direbbe Mina.

L’AGGUATO DI RIINA E PROVENZANO

La tecnica per eliminare Cavataio, in quel momento alla guida della cosca dell’Acquasanta dopo l’eliminazione di Gaetano Galatolo (della quale proprio Cavataio fu accusato) è degna di un film poliziesco anni ’60. Il commando si dice fosse formato da Totò Riina, Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella della cosca di Corleone, Emanuele D’Agostino e Gaetano Grado della cosca di Santa Maria di Gesù e Damiano Caruso della cosca di Riesi.

MAFIOSI TRAVESTITI DA POLIZIOTTI

Un gruppo di fuoco di primissimo livello che si presentò negli uffici del costruttore Moncada con le divise della Polizia. Cavataio era soprannominato il cobra perché non si separava mai dalla sua Colt Cobra. E anche allora, seppure preso di sorpresa, la fece cantare ferendo Provenzano e Caruso e uccidendo Bagarella. Ma non riuscì a sfuggire al suo destino: fu lo stesso Provenzano a ucciderlo a colpi di pistola.

IL FURTO DEL CARAVAGGIO

Era la prima decade di dicembre e quasi 2 mesi prima la mafia aveva compiuto un’altra azione che passerà alla storia. Dall’Oratorio di San Lorenzo fu rubata la Pala della Natività con i santi Lorenzo e Francesco D’Assisi, un’opera del Caravaggio. Secondo Giovanni Brusca, boss pentito, sarebbero stati i corleonesi a commissionare il furto.

IL DESTINO DELLA TELA

Alcuni sostennero che la tela finì seppellita con i tesori di Gerlando Alberti, altro nome di spicco della mafia siciliana. Ma c’è anche chi dice che il Caravaggio di Palermo fu tenuto in casa da don Tano Badalamenti. Per il pentito Gaspare Spatuzza il quadro fu tenuto in una stalla in attesa di essere venduto ai mercanti d’arte, ma finì rovinato da topi e porci.

IL RECUPERO MANCATO PER UN SISMA

Il furto del Caravaggio fu al centro di un’altra storia misteriosa. Il giornalista inglese Peter Watson sostenne di essere entrato in contatto con un mercante d’arte che gli aveva proposto l’acquisto. E che l’affare saltò a causa di un terremoto. Era il 23 novembre del 1980 e il sisma in Irpinia fece saltare l’operazione.

LA VERSIONE DI ANDO’

Più recentemente del Caravaggio rubato si è occupato anche il regista Roberto Andò. Il suo film “Una storia senza nome” dello scorso anno ricostruisce la vicenda, in parte rubando alla cronaca e creando un nuovo spessore ad una trama già piuttosto intricata.

L’INIZIO E LA FINE DEI CORLEONESI

Un fatto è comunque certo, nella logica della mafia il 1969, per la forza simbolica delle compiute, è secondo solo al 1992, l’anno delle stragi. Due date che la storia ci consegna con un messaggio: l’inizio dell’era dei corleonesi e la sua fine.

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